Un’Italia piu’ semplice?

Set 27, 16 Un’Italia piu’ semplice?

La scelta fatta nelle ultime settimane di slegare i destini dell’esecutivo e della legislatura dagli esiti referendari, scelta che credo sarà premiata, consente un confronto più pacato sui contenuti della riforma. Un’occasione in più per entrare nel merito, e per cercare di comprendere se questa riforma contribuirà a rendere l’Italia, almeno nelle materie su cui interviene, un paese più semplice.
Se accettiamo come punto base della discussione la necessità di intervenire nel processo decisionale, garantendo piena funzionalità al Parlamento e all’Esecutivo, riducendo i conflitti tra Stato e Regioni, e garantendo così di riflesso un migliore funzionamento della pubblica amministrazione, possiamo chiederci se questi due anni di lavoro parlamentare hanno trovato delle risposte efficaci a queste necessità.
Questa riforma è bene ricordarlo come ha fatto recentemente il Professor Sabino Cassese

non tocca il sistema parlamentare, che rimane immutato.

Abbiamo cercato un nuovo equilibrio, tra decisione e confronto, che non porterà a limitare le prerogative dei parlamentari, o a eliminare lo spazio di discussione, ma che renderà le istituzioni capaci di svolgere più efficacemente il proprio ruolo. Non darà più potere al Governo e meno al Parlamento, ma rafforzerà tutti gli organi del sistema democratico.
Qui sta l’Italia più semplice, anche nell’utilizzo delle risorse pubbliche. Ci saranno degli ovvi risparmi diretti, dall’abolizione del Cnel, delle province, delle indennità dei senatori, dal contenimento delle spese degli apparati politici regionali. Sono segnali importanti che la politica dà ai cittadini, ma il risparmio principalmente discenderà da un migliore e più efficace procedimento legislativo con la fine del bicameralismo perfetto, e dal superamento dei conflitti tra Stato e Regioni.
La semplificazione significa in questo caso ridurre l’incertezza del quadro normativo dentro il quale devono muoversi imprese e cittadini. Gli effetti di una migliore funzionalità del Parlamento, del Governo e delle procedure decisionali, non saranno probabilmente immediati quanto il contenimento dei costi della politica, ma produrranno innegabili benefici nel medio e lungo periodo.
Per questo motivo trovo poco utile prendere i giudizi espressi in passato rispetto alla riforma del bicameralismo (ce ne sono di positivi e di negativi) per sostenere o criticare l’attuale riforma. Non credo sia giusto chiamare in causa le figure storiche della politica italiana del ‘900, magari in modo strumentale per sostenere le proprie ragioni. È invece quanto mai necessario contestualizzare queste riforma nel clima politico, economico e sociale dell’Italia di oggi.
Infine occorre guardare con attenzione al testo per decidere se gli interventi sul funzionamento del processo legislativo, sull’organizzazione e la composizione degli organi dello Stato e sul rapporto tra Stato e Regioni, rispondono o meno alle necessità di riforma che il nostro Paese innegabilmente ha. Decidere se il testo è in grado di rendere le istituzioni più semplici e più capaci di rispondere ai bisogni del Paese.

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