Sostenere studio e ricerca per salvare l’Europa (e il Paese)

Giu 26, 16 Sostenere studio e ricerca per salvare l’Europa (e il Paese)

Ho partecipato ieri al primo Graduation Day, la cerimonia dell’Università di Siena, in cui 450 tra laureati e i dottori di ricerca dell’anno accademico 2014/2015 hanno ricevuto la pergamena che celebra il completamento del corso di studi. L’entusiasmo di tutti i partecipanti, dei loro genitori, delle autorità accademiche e cittadine, fornisce una bella immagine, che contrasta con le tante circolate in questi giorni, in cui miseria e guerre precludono proprio ai più giovani di immaginare il proprio futuro.
Chi era tra i 450 ragazzi presenti ieri in piazza San Francesco ha avuto modo di confrontarsi con il mondo, tra i banchi dell’Università o partecipando al programma Erasmus. Qualcuno di loro forse, lavorerà fuori del nostro Paese, perché troverà all’estero opportunità migliori, oppure perché negli anni trascorsi a Siena, prima ancora delle nozioni apprese durante le lezioni, ha imparato a cercare le opportunità dove si presentano e non solo dove le vorremmo.
E riflettiamo anche sui tantissimi ragazzi italiani che ieri a Siena non c’erano e non parteciperanno a cerimonie simili nel resto del Paese. La maggioranza dei giovani che non comincia o non porta a termine gli studi universitari, che vive in una situazione di precarietà lavorativa ancora peggiore, rispetto ai loro coetanei che hanno studiato.
A ridosso del referendum sulla Brexit è circolato un dato che suggerisce come i tre quarti dei giovani britannici abbiano votato per restare nell’Unione Europea. Se a questo dato viene associata l’affluenza reale, che aumenta notevolmente con l’età degli elettori, si nota che sono pochi i giovani che hanno votato, rispetto alle altre fasce di età. Le analisi del voto ci dicono che tra le principali caratteristiche socio economiche degli elettori, il grado più alto di istruzione è quello più fortemente associato con la propensione a votare “remain”. Dunque tantissimi giovani, molti dei quali con un livello di scolarizzazione basso, ha lasciato che fossero altri a scegliere per loro. Molto peggio della Brexit: la “exit” dal processo democratico e dalla possibilità di incidere sul proprio futuro.
È per i 450 ragazzi di ieri, e ancora di più per quelli che ieri non c’erano, che dobbiamo costruire un Paese ed un Europa diversa, capace di affrontare il dramma della disuguaglianza economica, di mettere in campo sistemi comuni di lotta agli squilibri, e programmi educativi e di scambio ancora maggiori. In Parlamento stiamo lavorando, in accordo tra maggioranza e opposizione, per mettere in campo strumenti che rafforzino davvero il diritto allo studio. È importante fornire agli studenti le competenze per entrare rapidamente nel mondo del lavoro, ma questo si fa aumentando la qualità dell’insegnamento ed i finanziamenti alla didattica e alla ricerca. C’è una larga parte del Paese, che a prescindere dagli schieramenti, non la pensa così. Per chi invece crede che istruzione e ricerca siano la chiave del futuro non c’è troppo tempo da perdere in sottili distinguo, perché il rischio è di veder cadere questo Paese in uno stato di arretratezza strutturale.

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