Pd, le regole già ci sono. Perché cambiarle?

Lug 31, 13 Pd, le regole già ci sono. Perché cambiarle?

Per Europa Quotidiano.

L’ennesima riapertura del dibattito sulle regole per l’elezione del segretario nazionale del Partito democratico, rischia di spostare l’attenzione del paese su una questione puramente regolamentare rispetto a quello che invece è il nodo centrale, ancora irrisolto, del Partito democratico ovvero quale sia la sua funzione e quali siano i suoi obiettivi di riforma dell’Italia.
L’attuale classe dirigente ha svolto un ruolo fondamentale nella storia di questo paese, dimostrandosi capace di superare le divisioni che avevano caratterizzato lo scenario politico italiano durante la Guerra fredda. Per la sinistra è stato il percorso che può essere riassunto in una nota frase pronunciata da Massimo D’Alema a seguito della sua travagliata elezione a segretario del Pds nel 1994: portare la sinistra italiana al governo del paese. Per il centro sinistra più in generale, questo percorso ha significato la scomposizione e la ricomposizione delle forze di sinistra cattoliche, laiche e progressiste intorno ad un progetto alternativo rispetto all’Italia di Berlusconi, che si è concretizzato nel primo governo Prodi, fase embrionale del progetto di Partito democratico.
Questo ruolo fondamentale, che ha visto coinvolto a vario titolo l’intero gruppo dirigente del Partito democratico merita rispetto. Però oggi, è inevitabile constatare come questo gruppo dirigente abbia esaurito la propria funzione storica. Si tratta di un’osservazione che poteva essere fatta, e qualcuno l’ha avanzata, già nei giorni successivi alle elezioni politiche del 2008 quando il Partito democratico pur avendo raggiunto un risultato storico si dimostrava incapace di costruire una valida alternativa di governo per il paese.
Oggi, a quasi vent’anni dalla prima vittoria di Silvio Berlusconi, l’Italia è più debole, più povera, più impaurita eppure l’unica soluzione possibile a seguito del risultato elettorale delle ultime elezioni politiche è stata la rielezione di Giorgio Napolitano a presidente della Repubblica e la formazione di un governo di larghe intese, proprio con Silvio Berlusconi.
Queste scelte dolorose seguono anni di instabilità politica, in cui l’attuale gruppo dirigente del centrosinistra si è alternato in maniera confusa in ruoli di governo e di opposizione, perdendo nel tempo il contatto con il paese e con il proprio elettorato. Lontana ormai dalle esperienze amministrative che rendono vivo il contatto con i cittadini, una generazione politica che ha fatto scelte storiche negli anni ’90, è sopravvissuta di sola tattica, in una serie di mosse di piccolo cabotaggio, che lette con gli occhiali di oggi, appaiono come tentativi di autoconservazione. Con questa premessa, il congresso del Partito democratico, così come i destini del governo Letta possono essere interpretati in maniera divergente.
Da una parte c’è il dovere di offrire una prospettiva riformista al paese, che chiede a tutta la classe politica un profondo cambiamento di direzione. È in questa chiave che il senso di responsabilità ha chiamato i deputati democratici a sostenere il governo Letta, pur nella totale insoddisfazione rispetto all’attuale situazione politica. Dall’altra parte il governo Letta, malgrado le indubbie capacitá del premier, può essere interpretato come l’ennesimo passaggio di conservazione degli ultimi vent’anni di politica italiana.
Una situazione in cui non è chiaro chi siano gli alleati e chi siano gli avversari, e che ha trovato la sua espressione più bassa nel voto contro Romano Prodi a presidente della Repubblica, il simbolo della stagione più bella del centro sinistra italiano che questa situazione invece voleva scardinare. Così arriviamo al congresso del Partito democratico, e agli esiti della direzione nazionale di venerdi pomeriggio. Ancora una volta sono due le possibili chiavi di lettura. Da una parte c’è il terrore del confronto, del cambiamento, tanto che con colpevole leggerezza si rimescolano le carte chiedendo ad un organismo eletto ormai quattro anni fa, di fare scelte che non gli competono, violando tutti i dispositivi statutari. Dall’altra c’è una generazione, non solo anagrafica, che ha dimostrato di non temere l’apertura e il confronto.
Come leggere altrimenti il sostanziale accordo rispetto ad un congresso ravvicinato ed aperto espresso da tutti i candidati alla segreteria nazionale? Le regole ci sono, lo statuto è chiarissimo su ogni dettaglio dei congressi regionali e nazionali. Se le regole non piacciono si possono cambiare, ma il nodo è un altro: perché cambiarle? Se il timore è che il congresso, così come concepito nel nostro statuto, aperto e partecipato, possa far emergere un’insoddisfazione del nostro elettorato rispetto all’attuale gruppo dirigente, non c’è da aver paura, quest’insoddisfazione già c’è, basta farsi un giro di circoli e nelle tante feste democratiche.

Pubblicato su Europa Quotidiano del 31/8/2013 (pdf)

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