Montemaggio. Storia partigiana, storia di sacrificio, storia di valore.

Mar 26, 17 Montemaggio. Storia partigiana, storia di sacrificio, storia di valore.

In giornate come queste, nel silenzio che facciamo calare interrotto solo dalle nostre parole, riusciamo a respirare tutto il senso della storia che qui si è consumata.
Storia partigiana, storia di sacrificio, storia di valore;
storia di un impegno politico che non è mai stato disgiunto dalla sua connotazione sociale.
A noi che siamo venuti dopo, 20, 30, 70 anni dopo, resta l’ombra di questi alberi che non sono molto diversi da quelli che videro l’eccidio di 19 ragazzi il pomeriggio di 73 anni fa.
Oggi sfioriamo le piante; ancora così folte: sono quelle che hanno permesso a Vittorio Meoni, alla sua disperazione lucida di trovare la via di fuga e poi giungere stremato al rifugio offerto da una famiglia contadina di Certìno.
E restano le tracce di quei passi, talora scalzi, fatti sui sassi e sulla terra di queste colline.

Se penso a Vittorio mi vengono in mente i versi di una bellissima canzone che in un tratto dice: “ I desideri non invecchiano, quasi mai, con l’età”…e che continua : “ gli orizzonti perduti non si scordano mai, non ritorneranno mai”.
E’ così: gli orizzonti perduti non ritorneranno.
Per questo, occorre che noi, adesso, ci sforziamo a guardare il nostro mondo con gli occhi di quei ragazzi che erano qua.

Ragazzi che nella loro semplicità hanno scritto la storia.

Provare a Guardare con i loro occhi alle crescenti diseguaglianze e alle povertà che minano il tessuto sociale del nostro Paese e che ci interrogano, anche rispetto al nostro ruolo di rappresentanza istituzionale e politica.
Esse sono diretta conseguenza della disgregazione politica, e alimentano derive populiste pericolose, che da sempre costituiscono la base di consenso per i regimi autoritari.

Il fascismo fondò il proprio consenso proprio sul populismo, e come ebbe a scrivere Gramsci su “L’ordine nuovo”: Il fascismo si è presentato come l’anti-partito, ha aperto le porte a tutti i candidati, ha dato modo a una moltitudine incomposta di coprire con una vernice di idealità politiche vaghe e nebulose lo straripare selvaggio delle passioni, degli odi, dei desideri. Il fascismo è divenuto così un fatto di costume, si è identificato con la psicologia antisociale di alcuni strati del popolo italiano.

La domanda ovvia è: come possiamo essere noi credibili, se proprio noi per primi stiamo fallendo nel promuovere la coesione politica?

Occorre guardare con gli occhi di quei ragazzi i tanti luoghi del mondo dove la libertà è negata;
A quei Paesi che le facili comunicazioni fanno entrare nelle nostre case con i telegiornali e le cui immagini osserviamo distrattamente: la Siria, l’Iraq, i Paesi nordafricani, quelli dell’Africa subsahariana insanguinati da anni da contese tribali impressionanti.

La Resistenza, La nostra Resistenza non è stata troppo diversa dalle Resistenze che oggi, nelle diverse parti del mondo, nascono per combattere l’oppressione, l’emarginazione, la sopraffazione; e dove si incrociano la richiesta di diritti e di giustizia sociale con la necessità di combattere l’occupazione straniera.

Mi ha colpito una delle tante testimonianze delle combattenti curde che in questi anni hanno affrontato la guerra all’Isis. Contro un nemico spietato, ma anche a favore dell’emancipazione di un popolo e nel nome dei diritti calpestati delle donne, ridotte in schiavitù dall’esercito islamico.
Sono parole di una giovane donna di nome Nadir scritte alla madre, in una lettera di qualche tempo fa:

“Sto bene mamma. Ieri abbiamo festeggiato il mio 19esimo compleanno. Il mio amico Azad ha cantato una bella canzone sulle madri. Ho pensato a te e ho pianto. Azad ha una bella voce, piangeva mentre cantava. Anche a lui mancava sua madre, non la vede da un anno.
Sentiamo tutti la mancanza di casa, ma questa guerra non sa cosa sia la mancanza. Forse non tornerò, madre. In tal caso sappi che ho sognato di rivederti per tanto tempo, ma non sono stata fortunata”.
In queste parole riecheggiano le lettere che i nostri prigionieri politici scrivevano alle proprie famiglie, cercando una ragione per il sacrificio, in nome di un progetto che spesso non hanno visto realizzarsi.
Erano parole che speravano di offrire conforto ai propri cari, per il dolore che la loro giovane morte avrebbe provocato.
Parole di perdono per il dolore provocato erano quelle scritte nel messaggio che Livio Livini, fucilato qui alla Porcareccia il 28 marzo del ’44, fece recapitare a sua madre. Fucilato dai fascisti della Guardia Nazionale Repubblicana insieme ad altri 18 partigiani presi prigionieri a casa Giubileo:
Angiolo Bartalini; Piero Bartalini; Emilio Berrettini, Enzo Busini; Giovanni Cappelletti; Virgilio Ciuffi; Franco Corsinovi; Dino Furiesi; Giovanni Galli; Aladino Giannini; Ezio Grassini; Elio Lapini; Livio Levanti, Livio Livini; Fulco Martinucci; Emilio Nencini; Orvino Orlandini; Luigi Vannetti; Onelio Volpini.

Ricordiamoli i nomi, non per retorica, ma perché la Resistenza di questi ragazzi rappresenta il momento fondante della nostra democrazia.
L’Italia ha istituzioni libere e democratiche perché questa terra è piena dei cippi dei martiri partigiani e civili.

Sorprende che ancora ci siano rappresentanti del popolo, sindaci ed amministratori che questo dovere di riconoscenza non lo sentono; e che considerano questi momenti al pari di un qualunque taglio del nastro per un fontanello o una nuova fila di lampioni.

Anche questa purtroppo è la politica in Italia oggi, che fatica ad opporsi, sempre e con forza, ai movimenti xenofobi e razzisti.
Al contrario, qui e in Europa, si ritrova troppo spesso a braccetto con l’estrema destra per mero interesse elettorale.

Per questo non dobbiamo mai dimenticare le tragedie a cui hanno portato le divisioni in Europa. Perché la Resistenza italiana è stata una parte di un più grande movimento di opposizione al nazifascismo che si è sviluppato nei paesi occupati, e perché qui risiedono le fondamenta del progetto Europeo.
Ieri, in una Roma blindata, si è svolta la celebrazione per i 60 anni dei Trattati di Roma.
Una celebrazione, ma non una festa, sotto la minaccia del terrorismo, dove per la prima volta, un Paese, il Regno Unito, esce dal processo di integrazione europea.
Una celebrazione che avviene in un momento in cui le tensioni tra gli stati membri sembrano mettere a rischio i risultati raggiunti finora.
Molti cittadini vedono ormai le istituzioni europee solo come il severo custode del pareggio dei conti pubblici.
Invece, se oggi milioni di cittadini europei vivono senza aver mai conosciuto la guerra, se possono muoversi liberamente per studio e per lavoro, se possono sentirsi parte di un progetto più grande con cui fronteggiare le sfide globali, è grazie alla scelta di solidarietà e sicurezza tra nazioni europee.
La generazione che ha fatto la Resistenza aveva ben chiara la natura dei problemi da affrontare ed il pericolo delle spinte identitarie e nazionaliste, perché aveva vissuto in una situazione ben peggiore di quella odierna.
I problemi che vivono oggi molti stati europei, confrontati con le scelte fatte negli ultimi mesi della seconda guerra mondiale e negli anni immediatamente successivi, sembrano meno rilevanti, ma possono preludere a soluzioni molto pericolose.
Le vecchie e le nuove ingiustizie, la crescente emarginazione di larghe parti della popolazione, la crisi finanziaria e sociale, in molti paesi europei fanno tornare attuali quelle tensioni che quasi un secolo fa hanno fatto del nostro continente un campo di battaglia, portando al potere sanguinarie dittature.

Serve più coraggio, nelle politiche economiche e sociali, nell’accoglienza e l’Italia in questi ultimi anni è stata protagonista nel promuovere un serio ripensamento su questi temi.

E’ un messaggio potente quello che viene da questo luogo, perché ciò che è avvenuto su questa radura, e a pochi minuti da qua, ha posto le fondamenta per la nostra democrazia, e dunque per il modo con cui viviamo e siamo liberi di esprimere le nostre idee, perseguire le nostre aspirazioni, manifestare le nostre insoddisfazioni.
Occorre che le fondamenta della nostra convivenza siano preservate; che siano in buono stato di salute. Che non si aprano crepe e fratture;
ogni nuova crepa comporta il rischio che l’edificio possa cedere. E l’edificio è la nostra società plurale, cioè l’insieme di regole che definiscono le relazioni sociali
Montemaggio è storia di vita e di morte, di una vicenda particolare, eppure molto comune ad altre, da cui trarre una lezione generale, che è quella che alle ingiustizie, alla violenza, all’oppressione ci si ribella, con i mezzi che si hanno, senza rimandare l’impegno a stagioni più comode. Ci si oppone con le munizioni che si hanno, consapevoli dei propri limiti e del pericolo che si corre. E insieme a queste, del bisogno, dell’urgenza di agire.
Rendiamo omaggio ai partigiani di Montemaggio! Per questo noi oggi come ogni anno siamo qui. Ci veniamo da semplici cittadini, ci portiamo i nostri figli, ci porteremo i nostri nipoti.

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