#Leopolda6 e qualche riflessione sulle prime cinque

Dic 13, 15 #Leopolda6 e qualche riflessione sulle prime cinque

Sono andato alla prima Leopolda cinque anni fa, allora si chiamava “Prossima fermata: Italia”, con la curiosità e la voglia di discutere di chi crede davvero nel cambiamento possibile. Sono accadute molte cose in questi cinque anni e sono cambiati profondamente lo scenario politico del paese ed il ruolo e l’impegno politico di tanti di noi. L’idea di fondo che con moltissime sfumature animava gli interventi delle prime edizioni fiorentine era che il Partito Democratico dovesse diventare ciò per cui era nato: lo strumento per garantire una nuova guida dell’Italia, il contenitore per raccogliere tutti coloro che ritenevano necessari cambiamenti profondi nelle politiche pubbliche del paese, l’occasione per restituire agli italiani la voglia di credere nella politica.
Un sostantivo che forse non è stato usato molto nelle cronache di allora, ma che descrive bene i sentimenti delle persone che riempivano allora la stazione fiorentina è “l’impazienza”. La Leopolda non è mai stata una cosa generazionale, anche se è stato più semplice definirla così. La Leopolda è stata piuttosto un moto impaziente contro un metodo di fare politica fondato sulla cooptazione, la fedeltà, la ricerca continua di compromessi al ribasso, l’immobilità della classe dirigente del centrosinistra. Il mondo si muove rapidamente, nuove istanze e nuove disuguaglianze emergono nella società italiana; nel 2007 il centrosinistra aveva dato vita ad un partito nuovo per interpretarle, eppure ci ritrovavamo prigionieri di un partito che invece assomigliava nei riti, nel linguaggio e nella dialettica interna a quelli che c’erano prima.
La sfida delle prime Leopolde era dentro il Pd. Ha sbagliato di grosso chi non ha voluto accettare questa sfida, cercando di minimizzarne la portata, di boicottarla organizzando manifestazioni in contemporanea, di ridicolizzarla distorcendone i contenuti. L’ostinazione con cui il Pd e la sua leadership di allora, non ha voluto o non ha saputo accogliere le istanze che venivano della stazione fiorentina ha mostrato tutta i propri limiti nella “quasi vittoria” alle elezioni politiche della primavera del 2013.
Dopo, tutto è cambiato nella politica italiana. Tra quegli appuntamenti ed oggi c’è di mezzo una crisi economica che si è aggravata, l’affermazione di un partito antisistema e demagogico, il risorgere di pericolosi populismi, il congresso del nostro partito ed un governo con una nuova maggioranza parlamentare. Ed in questo anno e mezzo di lavoro del governo Renzi e di noi che lo sosteniamo in Parlamento e nel lavoro delle Commissioni, si ritrovano molte delle proposte sentite nelle varie stagioni della Leopolda. Questo significa che la Leopolda non poteva rappresentare un laboratorio alternativo ai partiti politici; e significa che i partiti ed il Pd in particolare non hanno saputo cogliere quelle richieste finché queste non si sono trasformate nelle proposte del partito stesso. La fine del bicameralismo, la riduzione del numero dei parlamentari, la fine del porcellum, la riforma del mercato del lavoro sono solo alcuni esempi di quelle riforme di cui parlavamo e che poi abbiamo effettivamente realizzato o sono in corso d’opera. Adesso siamo chiamati a riformare uno stato in cui le rendite di posizione condizionano ancora troppo la possibilità di esprimere il potenziale che abbiamo. Governare significa ad esempio accogliere le sfide ambientali che l’accordo di Parigi ci pone di fronte, accompagnare l’innovazione tecnologica sostenendo la ricerca, ripristinare equità negli stipendi e nelle pensioni, garantire lo stato sociale.
Le Leopolde hanno messo in campo un metodo di discussione e di confronto che i partiti tradizionali hanno mutuato. Ho avuto l’onore di impegnarmi come coordinatore ai tavoli tematici nel 2013 e nel 2014. In entrambe le occasioni abbiamo parlato di innovazione, sostenibilità, di “Territori intelligenti” con imprenditori, amministratori, professionisti. Da quelle esperienze, come Deputato, ho ricevuto preziosi spunti per l’attività legislativa sul futuro del Paese e dei nostri territori.
Lo spirito della Leopolda di oggi non è più una sfida al partito, ma al Paese. Perché è chiaro che senza la spinta di chi vuole un Paese più dinamico e che sappia offrire qualche opportunità in più, qualche diritto in più, qualche progetto di vita, di lavoro, di studio, l’idea del Partito Democratico perde il proprio orizzonte. Ed il rischio che corriamo oggi che siamo al governo e che ci scontriamo con i vincoli della gestione di uno stato cresciuto su mille contraddizioni, è quello di gestire il presente. Anche la discussione sull’ipotetico Partito della Nazione sconta il limite di rappresentare esclusivamente gli interessi in campo, e dimentica che il percorso del PD per fare dell’Italia un Paese più giusto è soltanto all’inizio. Per questo non serve rivendicare eredità culturali per caratterizzarsi dentro il PD, così come non serve continuare a ripetere ossessivamente le parole d’ordine delle prime Leopolde e delle primarie del 2012. Il Partito Democratico, con tutti i limiti che ci riconosciamo, è impegnato in un lavoro di ricostruzione per rafforzarsi nel territorio e ricostruire buone pratiche. E’ una questione di metodo, non di persone. C’è bisogno della competenza e della fantasia di ognuno che voglia impegnarsi; perché sarebbe davvero inutile fare tutta questa strada soltanto per sostituire gruppi di potere vecchi con gruppi di potere nuovi.

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