L’alternativa che dovrebbe preoccuparci tutti

Set 25, 17 L’alternativa che dovrebbe preoccuparci tutti

I risultati delle elezioni tedesche definiscono una sconfitta storica dei principali politici: CDU e SPD ottengono il minimo storico dal dopoguerra ed entra per la prima volta in Parlamento con oltre 90 deputati una forza politica di estrema destra, in qualche caso espressione del peggior revisionismo, dell’antisemitismo, dell’integralismo cristiano.
In Germania quelle forze oscure che i partiti politici tradizionali sono riusciti sempre a tenere ai margini del dibattito politico nazionale, ora ne saranno un possibile elemento centrale. E seppure la AFD è rappresentata dal volto fotogenico di Alice Weidel, possiamo stare certi che buona parte degli eletti ha un profilo ben diverso e preoccupante.
Per 12 anni i conservatori e i socialdemocratici hanno governato insieme, non c’era ragione di individuare un’alternativa alle scelte economiche, alle politiche del lavoro, alla posizione della Germania all’interno dell’unione europea, che hanno garantito solidità economica e relativa tranquillità sociale a larghi strati della società tedesca. Questa solidità politica e amministrativa, peraltro subita dai partner europei, non ha reso la popolazione immune dai sentimenti di insicurezza e dai richiami di un generico rifiuto del presente. Non è un caso che la forza politica emersa come novità assoluta di questi anni si chiami proprio “alternativa per la Germania”.
I socialdemocratici, nonostante la candidatura di Martin Schultz a cancelliere, non hanno saputo interpretare la voglia di cambiamento e la necessità di politiche pubbliche alternative rispetto a quelle degli ultimi vent’anni. E non è un problema solo tedesco: la marginalizzazione dei partiti socialdemocratici, fino a raccogliere consensi irrisori è un fenomeno che abbiamo visto in Grecia e più recentemente in Olanda ed in Francia.
Nel 2000, i partiti socialdemocratici o socialisti erano al governo in 10 dei 15 paesi che costituivano all’epoca l’Unione europea. A quasi vent’anni di distanza, metà dei quali attraversati dalla profonda crisi economica e finanziaria, l’immagine è ben diversa. Dopo i risultati di oggi i socialdemocratici tedeschi probabilmente non faranno più parte della Große Koalition con Angela Merkel. Oltre che in Italia, i partiti di centro-sinistra sono al governo in solo sei stati membri dell’UE a 28, e tutti in periferia: Malta, Portogallo, Romania, Svezia, Slovacchia e Repubblica ceca.
Eppure la riduzione delle disuguaglianze, la difesa dello stato sociale, una diversa governace della finanza, sono temi che dovrebbero aver forza in un’Europa nella quale il divario tra ricchi e poveri si è allargato sensibilmente dopo la crisi. Ma è il blocco di riferimento, un tempo unitario, delle forze social democratiche che è venuto meno. Nell’industria come nei servizi, anche in Germania esiste, accanto una forza lavoro ben pagata, una periferia di lavoratori temporanei che spesso eseguono le stesse mansioni con meno soldi e meno diritti. La crescita del PIL, il calo della disoccupazione spesso non rendono evidenti fenomeni di precarizzazione e di marginalizzazione. Paure che si sono saldate con le insicurezze generate dalla recente crisi migratoria.
Siamo l’ultimo tra i grandi Paesi UE guidato da una forza di centro sinistra, con un governo che non è propriamente Große Koalition. Dopo cinque anni di governo tesi a rimettere il Paese in carreggiata, iniziamo a vedere i frutti del nostro impegno al governo. Tuttavia, invece di valorizzare il lavoro,fatto, ecco che comincia lo smantellamento, per ora solo mediatico, da parte della sinistra, in attesa di quello fisico, da parte della destra. Sta invece a noi raccogliere la sfida della domanda di giustizia sociale, con una presenza politica nelle città e nei territori e con la conoscenza reale dei problemi della società. L’alternativa la conosciamo e dovrebbe preoccuparci tutti.

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