La vittoria di Syriza

Gen 26, 15 La vittoria di Syriza

La vittoria di Syriza in Grecia è netta e decisiva. Il partito guidato da Alexis Tsipras ottiene oltre il 36%. Secondo la legge elettorale greca, il risultato dovrebbe consentire a Syriza quasi la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento. La Grecia è tornata al voto a distanza di tre anni dalle due elezioni consecutive avvenute tra la primavera e l’estate del 2012. Lo ha fatto una volta constata l’impossibilità di trovare una larga maggioranza per l’elezione del presidente della Repubblica, secondo quanto richiesto dalla costituzione greca, con una maggioranza parlamentare che si era sempre nel tempo assottigliata.
Sono stati anni particolarmente difficili per il paese che ha subito tre recessioni economiche consecutive, e che, dal 2010, a causa di un rapporto debito-Pil superiore al 146%, con i mercati diventati inaccessibili quale fonte di prestito, è stato costretto a scegliere tra accettare finanziamenti ed il salvataggio condizionato proposto dalla Troika (Eurogruppo, Fmi e Bce) o un percorso di un default del debito sovrano e la conseguente uscita dall’Euro.
Il governo uscente di centro destra aveva proseguito sulla scelta fatta dal governo di George Papandreou, accettando il piano di salvataggio, portando avanti profonde riforme economiche, privatizzazioni, politiche di austerità da attuare per tutto il periodo del programma (dal maggio 2010 fino al marzo 2016). In cambio, la Grecia ha ricevuto oltre 240 miliardi di euro in finanziamenti a lungo termine per il salvataggio del paese (con una moratoria sui tassi di interesse fino al 2020) e la ristrutturazione del debito da parte dei creditori privati.
Le misure imposte dal piano di salvataggio sono state durissime per la società greca, e sono state accompagnate da dibattito pubblico globale che ha disegnato il paese come il possibile colpevole della crisi dell’eurozona, un paese comunque condannato al fallimento. Non è così, visto che il rapporto debito pubblico greco e PIL è stato sostanzialmente stabile prima della crisi internazionale del 2008-2009.
Come ha scritto il premio Nobel Paul Krugman in un editoriale pubblicato dall’International Herald Tribune quasi tre anni fa, la Grecia è stata prima di tutto una vittima:

[…] Sì, ci sono grandi carenze dell’economia della Grecia, nella sua politica e senza dubbio la sua società. Ma queste mancanze non sono ciò che ha causato la crisi che sta lacerando la Grecia e minaccia di diffondersi in Europa. No, le origini di questo disastro si trovano più a nord, a Bruxelles, Francoforte e Berlino, dove alcuni funzionari hanno creato un sistema monetario profondamente – forse fatalmente – imperfetto, poi hanno aggravato i problemi di quel sistema sostituendo l’analisi con il moralismo. E la soluzione alla crisi, se c’è, dovrà venire dagli stessi luoghi.

Viste in questa luce, le recenti elezioni greche potrebbero allora, rappresentare una svolta nelle politiche dell’Europa di stimolo alla crescita. Dobbiamo comprendere che non solo la moneta, ma la solidarietà ed il senso di appartenenza all’Europa sono a rischio e per salvare l’euro è necessario che la Banca centrale europea (e la Germania) accettino che si possa e si debba spendere di più e (molto molto) meglio, per rilanciare le economie di molti paesi del continente che ancora stentano a decollare, anche se questo potrebbe avere come conseguenza un’inflazione più elevata.
Allora anche le posizioni di Syriza, peraltro mutate nei mesi di campagna elettorale, diverrebbero un terreno di confronto piuttosto che una minaccia, ed Alexis Tsipras inevitabilmente un interlocutore.
Guardando in casa nostra, un cambiamento di paradigma rispetto alle politiche di qualità della spesa non potrebbe che avere conseguenze positive e si collocherebbe nel solco dell’azione portata avanti, con toni ed obiettivi diversi, dal governo italiano.
Una postilla, necessaria, riguarda gli effetti che la vittoria di Syriza potrebbe avere sul sistema politico italiano. A maggio dello scorso anno la lista che aveva candidato Alexis Tsipras alla guida della Commissione europea ha ricevuto in Italia il 4%, poco più di un milione di voto, alle elezioni Europee, consultazioni che per loro natura lasciano l’elettore libero senza richiamarlo ad un voto “utile” per la formazione di un governo nazionale. Non credo dunque che, anche al netto della visibilità mediatica di Alexis Tsipras, il consenso verso una “nuova sinistra” sarebbe oggi molto più forte. Prima di tutto perché anche il nostro partito ha criticato a più riprese le politiche di austerità senza però negare la necessità per l’Italia di riforme strutturali profondo. Soprattutto la situazione dell’Italia con tutte le sue difficoltà non è nemmeno lontanamente assimilabile a quanto è accaduto in Grecia. L’unico punto di contatto, i giorni in cui l’Italia è stata sull’orlo del baratro dell’impossibilità di finanziare il proprio debito è stato con la nascita del governo Monti. L’Italia non ha avuto alcuna linea di finanziamento da parte delle istituzioni europee ed internazionali, né ha dovuto affrontare un piano di riforme imposto dall’alto.
Le prime mosse di Tsipras qualificheranno il tipo di impostazione politica del governo. Quello che oggi è importante rimarcare è la capacità di raccogliere il voto di protesta da parte di un partito solidaristico, e dunque la rinnovata speranza che la politica di sinistra ha saputo destare nella popolazione greca.
Paragonare dunque la nostra situazione alla Grecia, magari sperando nella nascita di una “sinistra- sinistra” sarebbe un pessimo servizio reso al nuovo corso di Syriza, e rispetto alla situazione italiana, risulterebbe un esercizio utile soltanto a chi, da tempo, ha deciso di giocare al “tanto peggio tanto meglio”.

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