La vittoria di Renzi rigenera il Pd

Dic 12, 13 La vittoria di Renzi rigenera il Pd

Il mio commento per Europa Quotidiano del 12 dicembre 2013

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La vittoria di Matteo Renzi con numeri persino superiori alle previsioni, dà ragione a chi ha continuato a credere nel Pd come strumento di cambiamento al servizio del paese. Prima del successo in termini relativi di Matteo Renzi contano i numeri assoluti: ancora una volta tre milioni di italiani si sono mobilitati, in una domenica prenatalizia per scegliere il nostro segretario nazionale. Non era affatto scontato, ed è la conferma della bontà sostanziale del Pd.

La lettura degli ultimi venti anni di vita politica del nostro paese, caratterizzati dall’ingombrante figura di Berlusconi, troppo spesso ha trascurato la vita dei governi del centrosinistra e le ragioni delle ripetute crisi politiche e conseguenti sconfitte.

La limitata capacità dell’azione dei governi di centrosinistra, che pure hanno raggiunto obiettivi ambiziosi come l’euro, derivava da due fattori profondamente legati e mai abbastanza sottolineati. Il primo, progettuale, era l’assenza di un disegno complessivo di riforma del paese che ha portato troppo spesso a decisioni politiche circoscritte, incapaci di far uscire il paese da una crisi i cui segni erano chiari ben prima dell’attuale crisi economico finanziaria.

L’altro fattore, altrettanto importante nel determinare la debolezza del centrosinistra, è stata l’assenza di un soggetto politico unitario capace di raccogliere le istanze di cambiamento e trasformarle in maggioranza parlamentare. Esisteva cioè un popolo di centrosinistra con molti leader (e partiti), gelosi delle proprie identità e delle proprie prerogative, che generavano un sistema politico fatto di schede elettorali ampie e gruppi parlamentari ristretti. Come risultato abbiamo avuto maggioranze elettorali deboli, coalizioni rissose, governi instabili.

Per quanto ripetitivo possa sembrare, è bene ricordare che il Partito democratico è nato da queste esigenze: un programma riformista che si aprisse a quanti chiedevano un cambiamenti radicali nel nostro paese ed un simbolo che rappresentasse un insieme di valori e potesse realizzare questo programma con un gruppo parlamentare coeso e una classe dirigente profondamente rinnovata.

Per farlo era indispensabile il più largo coinvolgimento possibile, non solo nell’atto fondativo del 2007, ma in un continuo confronto con il proprio elettorato chiamato (articolo 1 dello statuto del Pd) a scegliere il segretario nazionale ed a determinare l’indirizzo politico.

Quello che abbiamo vissuto in questi due mesi, con fatica, e grazie alla devozione di migliaia di volontari, è stato un percorso di rigenerazione che ha riguardato ogni luogo del partito, dal più piccolo dei circoli fino alla segreteria nazionale, presentata a poche ore dall’annuncio dell’esito delle primarie. Di fatto, un tentativo più o meno consapevole di affrontare la crisi dei partiti cercando nuove forme di partecipazione in tutti i settori della società.

Il risultato di domenica mette a tacere i dubbi che un’intera classe dirigente nutriva più o meno pubblicamente sia rispetto all’organizzazione del partito sia, per una parte, rispetto al progetto più generale di forza politica riformista e maggioritaria. Non interrompe il percorso di costruzione di un partito plurale perché non esaurisce, ed anzi invita ad ampliare i confini politici e culturali necessari per cambiare in profondità il paese. Esso è un atto di fiducia che il popolo di centrosinistra ha dato al nostro partito per dare all’Italia una svolta indispensabile, l’ultima chiamata dopo una stagione di scelte conservatrici.

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