La ricerca in Italia. Ecco come sta

Feb 19, 16 La ricerca in Italia. Ecco come sta

Da l’Unità del 19 febbraio 2016. I dati sull’assegnazione dei fondi di ricerca Consolidator Grants, pubblicati dallo European Research Council (ERC) hanno riacceso il dibattito sulla “fuga” dei nostri cervelli all’estero. Trenta Grant sui 302 assegnati, sono andati a ricercatori italiani, ma solo 13 di questi lavorano nel nostro Paese. Da qui le polemiche.

I numeri.

Per quanto riguarda la classifica ordinata per Paese in cui verrà svolta l’attività di ricerca il Regno Unito al primo posto, la Germania è seconda l’Italia è solo settima.

Sono numeri utili a comprendere una tendenza rispetto alla mobilità. Come quelli sui ricercatori che hanno ottenuto gli Starting Grants nel 2015: 13 dei 31 italiani svolgeranno la propria attività al di fuori dell’Italia. I dati sulle borse Marie Curie per la mobilità, nel periodo 2007-2014, indicano che l’Italia ha un saldo negativo tra i ricercatori in entrata (147) e quelli in uscita (615) molto alto.

Non possiamo stupirci. L’Italia, secondo Eurostat 2013, spende solo l’1,25% del PIL in ricerca e sviluppo. Siamo lontani dall’1,53% fissato dal programma Europa 2020 e soprattutto lontanissimi dalla Germania, paese che ha quasi raggiunto il proprio obiettivo del 3%.

Il sistema della ricerca al livello europeo

Io credo che sia necessario guardare con attenzione alla capacità dell’Unione Europea di esprimere innovazione e competitività al livello globale, oltre che alle differenze tra i paesi membri.

L’ERC è nato su impulso della comunità scientifica ottenendo poi il sostegno dei governi, della Commissione e del Parlamento europeo. Solo per i Consolidator Grants 2015 ha stanziato 585 milioni di euro; è parte del primo pilastro di Horizon 2020, il nuovo programma dell’UE per la ricerca e l’innovazione. con un bilancio totale assegnato per il periodo 2014-2020 di 13,1 miliardi di euro. Possiamo essere d’accordo o meno, ma tra i fini dell’ERC non c’è quello di ridurre le differenze tra paesi membri, ma di fornire sostegno ai migliori ricercatori di tutto il mondo, nel loro lavoro in Europa.

L’impegno del Governo.

La competizione scientifica è un compito che i singoli governi nazionali assumono per stimolare le competenze, finanziando i progetti più innovativi. L’Italia è in ritardo ed è comprensibile l’amarezza di tanti giovani studiosi costretti a lasciare il nostro Paese per fare ricerca di alto livello. Lo è ancora di più a fronte delle distorsioni nel sistema di finanziamento e di reclutamento nel mondo accademico. Il governo ha deciso di stanziare risorse che porteranno alla chiamata di mille ricercatori, riattivando così un ricambio generazionale, che poi si realizzerà con le procedure ordinarie stabilite dalla legge. Le Università hanno avviato politiche di trasparenza. ma la sfida vera sarà quella di premiare i migliori, in piena autonomia.

Nei prossimi due anni, inoltre, potremo sperimentare la “chiamata diretta” per i docenti di prima e seconda fascia. In realtà saranno gli scienziati, identificati sulla base della produzione scientifica. a scegliere le università di destinazione. La sfida potrebbe essere quella di definire domanda e offerta dei settori disciplinari, contribuendo così alla specializzazione dei singoli atenei.

Il sotto finanziamento della ricerca.

La ricerca e lo sviluppo coinvolgono, a vario titolo, istituti pubblici e privati. L’alta qualità della ricerca italiana e l‘alta disoccupazione giovanile segnalano una difficoltà nel tradurre in benessere il lavoro della ricerca e dell’innovazione. C’è un problema, tutto italiano, nel rapporto tra Paese, inteso come struttura economica e sociale, e ricerca svolta nelle nostre università, ma non solo. È necessario intervenire per offrire reali possibilità alle menti migliori prodotti dal nostro sistema formativo e, di conseguenza, investire su di loro anche per fermare l’impoverimento culturale e la stagnazione economica.

Dobbiamo ritornare a finanziamenti simili agli altri paesi sviluppati. richiedendo. al contempo. una revisione dei meccanismi e dei criteri di assegnazione delle risorse, del reclutamento accademico, ed un rinnovato ruolo per le imprese, le università e gli enti di ricerca.
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