La lezione francese

Dic 08, 15 La lezione francese

La Francia e l’Europa iniziano a fare i conti con il trionfo elettorale del Partito di Marie Le Pen. Dopo la vittoria alle elezioni europee del 2014 con il 25% dei voti, il Front National, nel primo turno delle regionali, ha raggiunto 27,83% dei consensi al livello nazionale, battendo la destra repubblicana ed i socialisti, e arrivando primo in ben sei delle tredici regioni ed aree metropolitane in cui si votava.
Dopo gli attacchi terroristici a Parigi del 13 novembre moltissimi osservatori si erano affrettati ad anticipare questo trionfo come conseguenza del clima di tensione che respiriamo giornalmente. Il primo test utile è arrivato e possiamo tranquillamente dedurne che il clima di paura connesso con i fatti terroristici avvantaggia l’estrema destra.
Tuttavia l’estrema destra in Francia è sempre esistita: storicamente, dall’anti parlamentarismo ed il revanchismo di fine ottocento, al movimento legato al Generale Boulanger, all’antisemitismo del più noto affare Dreyfus, al collaborazionismo della Repubblica di Vichy, alle minacce ed alla crisi della quarta repubblica durante la guerra coloniale algerina. E recentemente, in particolare alle Elezioni presidenziali in Francia del 2002, Jean-Marie Le Pen, leader di un partito ancora neo fascista, arrivava al ballottaggio avvicinandosi a Jacques Chirac e battendo di diverse migliaia di voti il candidato socialista Lionel Jospin.
L’affermazione del FN, elettoralmente in crescita da anni, va letta come una risposta alla situazione economica del paese in cui la disoccupazione è oltre il 10,4% e la disaffezione verso la politica è altissima, tanto che l’affluenza è stata del 43%. Questo dato investe le politiche economiche e sociali molto più che la situazione delle ultime settimane ed è un monito per tutte le democrazie storiche dell’Europa (infatti a Parigi-città il risultato è stato diverso).
È un monito perché le buone politiche, quelle capaci di cambiare in meglio la vita delle persone, hanno tempi diversi rispetto alle percezioni individuali che determinano disincanto nei confronti della politica e la sensazione di incertezza economica e sociale.
Occorre uno sforzo chiaro per evidenziare che esistono spazi per una risposta democratica e “di sinistra” alla crisi economica ed alle minacce di Daesh. Risposte che possano garantire la crescita e la sicurezza senza trasformare i confini europei in cortine di ferro o smantellare il quadro economico europeo e la sua moneta.
Fare politica serve anche a questo, per chi ha ruoli politici o istituzionali, così come per l’iscritto, il militante, il semplice simpatizzante. Serve a parlare con le persone, ad ascoltarle per renderle partecipi di una comunità dove i bisogni sono condivisi.
E’ un lavoro faticoso ma è l’unico in grado di portare risultati nel lungo termine, di mostrare che c’è un tramite tra le scelte del governo e dell’amministrazione delle città ed i cittadini. Questo tramite finora lo abbiamo chiamato partito. Possono cambiare le forme ma la necessità di questo ingranaggio resta.

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