La bacchetta magica

Gen 25, 17 La bacchetta magica

Le decisioni della Consulta meritano rispetto ed attenzione, sempre. Quelle prese ieri, rispetto ai quesiti referendari proposti dalla CGIL, aprono la strada ad una discussione che deve essere prima di tutto seria ed informata sulla precarietà del lavoro in Italia. Trasformare il lavoro in tema divisivo per il Paese è un rischio che non possiamo permetterci, il Paese polarizzato lo è già: con la crescita debole e disomogenea tra nord e sud, con l’occupazione che torna con il segno positivo principalmente per alcune fasce di età lasciando i giovani fuori, o ai margini, del sistema produttivo.
I voucher, è bene ricordarlo, non sono un’invenzione recente, ma uno uno strumento nato per regolare le attività lavorative di tipo accessorio e occasionali nel lontano 2003, ma inapplicato fino al 2008. Strumento che in pochi anni è esploso fino superare i 140 milioni di voucher venduti nel 2016, rappresentazione plastica della precarietà dei lavoro nel nostro Paese.
É abbastanza semplice comprendere la ragioni di questo boom, e occorre individuare le necessarie correzioni legislative. C’è una questione di fondo che è legata alla domanda di lavoro che nel nostro Paese che, pur segnando timidi segnali di ripresa, ancora non è in grado di assorbire giovani, donne e precari. Ma c’è anche una questione legata alla regolazione del mercato del lavoro su cui invece è necessario e doveroso intervenire nei prossimi mesi, senza farne una battaglia ideologica.
Il Jobs act ha alzato limite massimo di compenso annuo a lavoratore a 7 mila euro, rispetto ai precedenti 5 mila, confermando il tetto di 2 mila euro per ciascun committente. Il successivo decreto correttivo ha introdotto la tracciabilità dei voucher che prevede che la trasmissione dei dati anagrafici almeno 60 minuti prima dell’inizio della prestazione di lavoro dovrebbe aver limitato l’abuso di questi strumenti.
Si può tornare alla quota di 5000, ma è chiaro che questo non risolverebbe il problema che invece è fortemente legato alla semplificazione dei rapporti di lavoro, che non significa semplificazione dei diritti o compressione del valore dei salari. Il caso del lavoro intermittente è in questo senso indicativo: quando nel 2012 fu imposto l’obbligo di comunicazione per ogni periodo effettivo di attività vi fu una diminuzione quasi immediata delle stipule di nuovi contratti di lavoro intermittente.
Il Jobs Act ha ridotto la possibilità di ricorrere a forme di lavoro di tipo para – subordinato, ed il rischio è che i voucher siano così diventati diventando un’alternativa al lavoro dipendente per le imprese che hanno necessità di stipulare contratti a termine di breve durata. I voucher sono anche una forma di riduzione significativa dei costi burocratici, non prevedendo impegni ulteriori per le imprese (Cud, Tfr etc…). Infine come sottolinea lo studio INPS (link), questo strumento viene oggi utilizzato solo marginalmente come “secondo lavoro”, e in un quarto dei casi le prestazioni con voucher sono svolte da persone che hanno lavorato nello stesso anno come dipendenti (quasi sempre con un contratto a tempo determinato) o consulenti per lo stesso datore di lavoro.
Dunque, consapevoli che nessuno ha la bacchetta magica per risolvere la precarietà in Italia deve essere approvata una soluzione che riporti i voucher nell’ambito di utilizzo per cui sono nati, una fattispecie molto limitata e che invece è diventata una sorta di copertura per rapporti di lavoro opachi, spesso svolti a condizioni inaccettabili, oppure per pagare ore aggiuntive a lavoratori già contrattualizzati.

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