Il voto sull’Italicum

Gen 23, 15 Il voto sull’Italicum

L’eco delle votazioni al Senato è forte, e spesso caratterizzata dalla sottovalutazione di alcuni aspetti affatto trascurabili. 1) Non esistono in Parlamento i numeri per approvare una legge elettorale uninominale di collegio. 2) Il modello scelto è frutto di una mediazione che soddisfa in larga parte le richieste delle “sensibilità” interne al PD (collegi piccoli, preferenze, alternanza di genere, quorum al 40%, soglia di rappresentanza al 3%). 3) Rimangono due punti critici che consistono nei capolista e nelle candidature multiple. Questi punti rispondono alle esigenze delle forze politiche minori, non solo di Forza Italia, come è facilmente comprensibile. 4) I senatori PD che non hanno votato secondo le indicazioni scaturite del partito hanno reso i voti di Forza Italia determinanti per l’approvazione della Legge.

Poche considerazioni: avrei evitato di rimettere in gioco così pesantemente il partito di Berlusconi proprio alla vigilia dell’elezione del Presidente della Repubblica, a meno di non voler confondere la responsabilità di fare riforme istituzionali condivise, con la volontà di accreditare le politiche di questo governo come politiche concertate con la destra. Cosa che onestamente mi sembra difficile argomentare, dopo un anno in cui abbiamo cercato di sostenere i redditi da lavoro dipendente, assistere la domanda per rilanciare i consumi, fornire incentivi alle assunzioni. Probabilmente ci siamo dimenticati troppo in fretta delle motivazioni che portarono alla formazione del governo Letta, e di come le richieste programmatiche del centrodestra determinarono la scarsa efficacia della sua azione.

Infine una considerazione su di noi come partito: la cultura politica da cui provengo
mi ha sempre portato a preferire la decisione di una comunità alla libera concorrenza fatta di preferenze e di auto candidature. Mi sembra paradossale che adesso i custodi di quella cultura rivendichino l’approdo alle preferenze come battaglia di modernità politica. E ancor più di questo, mi riesce difficile comprendere come si decida di rinunciare al ruolo che un partito possa svolgere nella società, attraverso la migliore selezione del proprio personale nelle istituzioni. Dopo anni di battaglie per l’introduzione delle primarie; dopo aver constatato che anche questo metodo di selezione deve essere rivisto e migliorato; dopo anni di commissioni create in alternativa alla richiesta di discutere e votare negli organismi dirigenti le questioni più scottanti (dai temi etici alle alleanze), improvvisamente sembra che le decisioni debbano essere spostate in luoghi altri da quelli deputati. Come se la forma partito, così orgogliosamente rivendicata, fosse divenuta trascurabile nel momento in cui è richiesto uno sforzo enorme per rigenerala.

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