Il prossimo presidente degli Stati Uniti

Apr 21, 16 Il prossimo presidente degli Stati Uniti

Non ci sono state sorprese nelle primarie americane dello stato di New York. Sia la vittoria di Hilary Clinton che quella di Donald Trump erano state anticipate dai sondaggi. C’erano aspettative forse di un risultato più equilibrato nel campo democratico; Bernie Sanders ha interrotto la serie di sette vittorie consecutive precedenti, e ci si aspettava arrivasse più vicino alla Clinton nella città tradizionalmente progressista. Non è stato così, e le mappe dei distretti elettorali mostrano Sanders vincente in quasi tutte le contee ma non in quelle più popolose, a cominciare da New York City. In campo repubblicano Trump godeva dei favori del pronostico, ma NY poteva fornire l’occasione per la rimonta di uno degli altri aspiranti candidati.
Il successo di Donald Trump di questi mesi mostra la distanza ormai incolmabile tra la base ideale del proprio partito ed il sentire di larga parte dell’elettorato repubblicano americano. Troppo evidente la distanza sui temi dell’immigrazione e del commercio, dalle tradizionali tesi della riduzione del ruolo del Governo Federale e della liberalizzazione del commercio internazionale. La destra conservatrice ha sempre avuto in Wall Street (due parole che ormai per l’americano medio descrivono tutto ciò che non funziona nel sistema finanziario) la propria cassaforte delle campagne elettorali, finanziatori che sull’immigrazione e sulla liberalizzazione dei mercati avevano idee ben diverse dall’elettore repubblicano impaurito dalla crisi di questi anni. Così mentre i salari medi sono diminuiti e con essi la fiducia dei lavoratori nel proprio futuro, l’establishment repubblicano ha continuato ad offrire un programma economico incentrato sui tagli alle tasse per i ricchi e la riduzione di alcuni programmi sociali, a cominciare dal Medicare e dal Social Security, che sono invece ancora ben visti dall’elettorato. In tema di immigrazione, la leadership repubblicana ha spesso visto la manodopera a basso costo come necessaria alla crescita economica del Paese. Ma gli elettori delle classi meno abbienti hanno vissuto una crescente competizione sui luoghi di lavoro e nelle scuole dei loro figli, I segnali di disaffezione erano emersi già con i candidati dei cosiddetti Tea Party, un fenomeno populista con dinamiche molto più vicine a quanto succede nelle destre europee che ben conosciamo. Fenomeno che l’establishment si è affrettato a circoscrivere o farsi amico come nel caso Paul Ryan eletto nel 2010, poi presidente della Commissione Bilancio della Camera e nuova voce di un partito che propone la privatizzazione della previdenza sociale, tagli delle imposte sul reddito per i ricchi, meno tasse sulle plusvalenze e la trasformazione del Medicare in un sistema di voucher. Ted Cruz ed ancora di più Donald Trump sono la manifestazione plastica del divorzio tra l’elettorato e la leadership del partito, la cui conseguenza potrebbe realisticamente determinare Donald Trump (quello vero, non quello dei Simpson) come candidato forte alla presidenza degli Stati Uniti.
Anche Sanders è per certi versi un outsider e, anche se oggi le probabilità di una sua vittoria alle primarie sono ridotte, i risultati ottenuti non erano neanche lontanamente prevedibili fino ad un anno fa. La crescita del suo consenso e l’entusiasmo dei suoi sostenitori gli hanno permesso di portare avanti una campagna elettorale senza ricorrere ai Super PAC, i comitati di finanziamento indipendenti che consentono di raccogliere somme illimitate di denaro da aziende e privati da spendere indirettamente in favore dei candidati. Per lui ha funzionato un messaggio semplice, fondato sulla redistribuzione della ricchezza e su una riforma della leva fiscale, che negli Stati Uniti è decisamente diversa dagli stati europei. Ha vinto una retorica “contro Wall Street” che ha trovato consensi in almeno due generazioni, quella dei ventenni e dei quarantenni che stanno vivendo sulle proprie spalle la riduzione della capacità di spesa, il peso dei debiti accumulati per l’istruzione universitaria, le difficoltà di accesso alle tutele sociali. Dunque al di là degli esiti delle prossime primarie, Sanders ha indubbiamente raggiunto il successo di mobilitare tantissimi elettori disillusi, andando molto meglio tra gli indipendenti che tra gli elettori registrati come democratici, ed allo stesso tempo, di sottrarre consensi alle tentazioni della destra populista di Trump. La sua vera forza, quella che gli ha consentito di far durare la competizione così a lungo, quando invece storicamente nelle primarie a questo punto i giochi erano già chiusi da tempo, è stata la capacità di proporre messaggi semplici che, per quanto radicali per gli Stati Uniti, sono fondati sui bisogni effettivi di una parte significativa dell’elettorato. E ciò che tutti noi dobbiamo ammirare in questo anziano senatore, è stata la semplicità di farlo con l’integrità e la storia personale che lo rende coerente con queste proposte e dunque credibile.

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