Il Brennero ed i fantasmi del secolo scorso

Apr 14, 16 Il Brennero ed i fantasmi del secolo scorso

Sparse intorno al passo del Brennero, ormai quasi mimetizzate dalla vegetazione, sono ancora visibili le opere militari costruite in gran fretta dal regime di Mussolini tra il 1939 ed il 1943. Era la cosiddetta “linea non mi fido”, il vallo alpino costruito in alto Adige, che includeva quasi 400 installazioni tra val d’Isarco, val Pusteria e val Venosta, e che dovevano difendere l’Italia da una eventuale invasione dell’alleato tedesco. Alcune di queste hanno continuato ad essere utilizzate in ambito Nato dal 1949 fino al 1992, durante e dopo la presenza delle truppe sovietiche in Austria, quando il Paese, dichiaratosi neutrale, sarebbe diventato parte di una zona cuscinetto tra la Nato ed il Patto di Varsavia.
Tornano in mente con la prospettata costruzione di una barriera al valico del Brennero da pare del Governo austriaco, contro la quale si sono espressi il presidente della Repubblica Mattarella, il ministro del Esteri Gentiloni, il Commissario europeo all’Immigrazione Avramopoulos, e numerose autorità religiose, primo tra tutti Papa Francesco.
L’argomento del Governo austriaco è che dopo l’accordo tra UE e Turchia saranno scoraggiati i flussi migratori attraverso la Grecia e cresceranno quindi gli sbarchi in Italia. L’Austria teme di fatto un’invasione che supererebbe di gran lunga il tetto di 37.500 richieste d’asilo fissato nei giorni scorsi. Timori che sembrano trovare conferma nei recenti dati del Viminale: dall’inizio dell’anno ci sono stati in Italia 24 mila arrivi, il 55% in più rispetto allo stesso periodo del 2015. Così l’Austria ha deciso di riportare la storia indietro di almeno vent’anni, quando i ministri dell’interno italiano ed austriaco, Giorgio Napolitano e Karl Schlögl, hanno rimosso la recinzione che segnava il confine. Si torna a dividere due comunità, quelle dell’alto Adige e del Tirolo, che hanno fatto di tutto per rendere invisibile questo confine; si prospettano danni economici enormi per la collaborazione transfrontaliera che in questa regione esiste in molti settori. Lo si fa in nome di un timore, sulla base delle 17 mila domande di asilo ricevute nei primi tre mesi di quest’anno.
Il nostro Paese ospita già 112 mila persone nelle strutture di accoglienza, e come ha riconosciuto il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, Italia sta facendo sforzi enormi nel gestire i flussi nel Canale di Sicilia. Oggi serve più che mai una revisione dell’Accordo di Dublino a partire dall’obbligo di farsi carico di tutti i richiedenti asilo nel Paese di primo ingresso, come recentemente chiesto con una risoluzione approvata dal Parlamento europeo. Serve soprattutto una diversa visione europea, che sappia guardare oltre la crisi contingente, e non sia prigioniera della ricerca di consenso immediato dei governi nazionali. Serve guardare con attenzione a ciò che succede a Idomenei, dove una catastrofe umanitaria sta prendendo corpo sul suolo dell’Europa nel disinteresse generale. Infine, ma non per importanza, serve che le amministrazioni locali (e alcune lo stanno facendo) riescano a coinvolgere i migranti che abbiamo accolto in azioni di pubblica utilità, al fine di rendere concreta la possibilità di un’integrazione reciproca.

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