Formazione del capitale umano: una sfida per tutti

Mar 11, 16 Formazione del capitale umano: una sfida per tutti

Ci sono due tendenze che possono apparire in contraddizione tra loro, ma non lo sono. La prima riguarda il livello di istruzione della popolazione che mostra per l’Italia una dato particolarmente basso: solo il 17% degli adulti tra i 25 ed i 64 anni ha un titolo di studio universitario. La seconda riguarda invece la mancata corrispondenza tra la formazione acquisita nelle università e l’occupazione svolta ed indica la distanza tra percorsi formativi e mercato del lavoro

Pochi laureati e sempre meno iscritti

I dati del MIUR per l’anno accademico 2014/2015 indicano che il numero complessivo degli immatricolati è stato di circa 265.500 unità, il numero di immatricolati di età non superiore ai 19 anni, quindi neodiplomati, è stato invece di circa 195 mila unità. Il calo del numero complessivo degli immatricolati negli ultimi anni è preoccupante. Siamo passati dai 280 mila del 2000 ai 330 mila del 2003, anche per effetto dell’introduzione del 3+2 che ha accresciuto nel breve periodo il numero di immatricolazioni, per poi calare fino ad oggi in maniera continua. Anche nel caso dei neodiplomati che si iscrivono all’università il dato è in continuo calo rispetto a quello degli anni precedenti, che si è attestato su cifre di poco superiori ai 200 mila unità nella prima decade degli anni 2000, per poi calare leggermente dopo il 2012 portando la percentuale di passaggio dalla scuola all’università sotto al 50%. Secondo i dati dell’Ocse, solo il 42% dei giovani italiani si iscrive a un corso di studio post diploma e solo il 34%, rispetto al 50% della media Ocse, è destinato a conseguire un titolo d’istruzione terziaria. Oltre a questo stentano a decollare i cicli terziari brevi professionalizzanti, meno dell’1% è iscritto in Italia contro la media Ocse dell’11%.

Poca corrispondenza formazione universitaria lavoro.

La mancanza di un sistema di formazione professionale adeguato e l’assenza di collegamenti specifici nel periodo post-laurea, fanno sì che molti giovani si vedano costretti ad accettare lavori progettati per i candidati con qualifiche inferiori. Secondo i dati dell’indagine Almalaurea 20015 il 35,4% degli intervistati considera la laurea conseguita non richiesta ma utile, il 22,9% non richiesta né utile, il 27,5% considera il proprio titolo Poco/Per nulla efficace. Questo si rispecchia anche nei livelli di disoccupazione post laurea: secondo dati Eurostat in Italia, a tre anni dal conseguimento del titolo, solo il 53% dei laureati ha trovato lavoro.

L’impegno del governo

L’apparente contraddizione tra i pochi laureati che oltretutto non trovano occupazione o sono collocati in posizioni inferiori rispetto alle proprie qualifiche è un tema che deve essere affrontato e che chiama all’attuazione di scelte pubbliche in grado di colmare il gap di esperienza dei giovani rispetto al mercato del lavoro. Tra queste è fondamentale far funzionare quelle opportunità formative post scuola secondaria di tipo non universitario che in Italia non sembrano partire (vedi sopra) ed attivare percorsi legati all’educazione non solo al livello universitario ma fin dai diplomi, quindi sviluppare canali formativi per gli studenti delle superiori legati al mondo dell’impresa.

In questo senso il Governo e Parlamento sono intervenuti sull’alternanza scuola lavoro (entrata nel nostro sistema educativo con la legge 53 del 28 marzo 2003), attraverso il potenziamento dell’offerta formativa previsto dalla legge 107 del 13 luglio 2015 e con la valorizzazione dell’apprendistato finalizzato all’acquisizione di un diploma di istruzione secondaria superiore, attraverso il decreto legislativo n. 81, del 15 giugno 2015 attuativo del JOBS ACT. L’alternanza scuola lavoro è di fatto ora inserita nell’offerta formativa di tutti gli indirizzi di studio della scuola secondaria di secondo grado, come parte integrante dei percorsi di istruzione ed è previsto un monte ore obbligatorio a partire dalle classi terze superiori. Con la Legge 107/2015 e i decreti applicativi del Jobs Act si arriva quindi a costruire per lo studente un curriculum fondato sul rapporto scuola e lavoro che include l’alternanza, l’apprendistato, i tirocini. A questo poi dovrebbe seguire un vero e proprio contratto di apprendistato dentro l’azienda in cui si svolge il progetto di alternanza, cercando così di stabilizzare il percorso verso una forma di occupazione vera e propria. Questo tenendo conto del contesto e delle specificità territoriali. Sull’alternanza scuola lavoro sono stati già investiti con decreti ministeriali del 2014, 11 milioni di euro per i programmi ed un milione per la formazione dei docenti, ripartiti al livello regionale.

Per avere un’idea del fenomeno basti pensare che siamo parlando, di circa 500 mila studenti interessati a questi percorsi quest’anno e che a pieno regime saranno circa un milione e mezzo gli studenti coinvolti. I dati disponibili pre – riforma, da MIUR, parlano per l’anno scolastico 2013/2014 di 270.555 studenti delle scuole superiori di II grado coinvolti.

Capitale genera capitale

Non dobbiamo però considerare la scuola e l’università come i soli luoghi di formazione, anche il lavoro lo è, per questo l’occupazione temporanea e i lunghi periodi di precarietà o di inoccupazione sono prima di tutto uno spreco di capitale umano. Il rischio che l’Italia sta vivendo è che l’insoddisfazione personale dei giovani e la mancanza di prospettive porti alla rinuncia della formazione, indebolendo tutto il sistema Paese. Purtroppo dove non vi sono ritorni economici e sociali derivanti dall’istruzione universitaria, difficilmente crescerà la motivazione a formarsi e completare un percorso di studi. Per questo è utile prevedere percorsi post diploma professionalizzanti per chi interrompe l’università, come esistono in altri paesi europei, e soprattutto sviluppare i programmi pre laurea e post laurea rendendo percorso universitario come una tappa di un percorso formativo continuo.

Serve infine una maggiore sinergia tra pubblico, mondo della ricerca ed imprese, per fornire garanzie, anche finanziarie, alle nuove realtà imprenditoriali ad altro contenuto tecnologico e alle aziende esistenti che attraversano fasi di transizione verso nuovi modelli. Risolvere il paradosso dei laureati che sono pochi e troppi allo stesso tempo significa comprendere che capitale genera capitale, cioè un aumento dell’offerta di persone altamente qualificate, specialmente nei settori scientifici e tecnologici, porta ad una ulteriore crescita della domanda di questo tipo di figure, grazie ai cambiamenti nel sistema economico e delle imprese.

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