E ora?

Dic 06, 16 E ora?

Il premier si è voluto assumere in tutto il risultato negativo sul referendum, come leader politico prima e come capo del Governo. Come primo risultato, possiamo dire che la possibilità di riformare le istituzioni di questo Paese appare preclusa almeno per alcuni anni. Nessuno vorrà correre lo stesso rischio di bocciatura, ed é difficile immaginare una maggioranza favorevole alle riforme alternative a quella che ha sostenuto il Si.
I segnali di questa sconfitta sembravano concretizzarsi nel momento in cui l’affluenza ha mostrato il carattere tutto politico della contesa elettorale. Prima ancora che nell’endemica rabbia che da anni scorre nel Paese, e che cresce malgrado i tentativi di renderlo piú moderno, bastava fare la somma delle forze politiche un campo e nell’altro.
La possibilitá di disarcionare un governo ed un premier troppo poco incline alla mediazione ha fatto da richiamo a quell’elettorato di centrodestra che pure avrebbe potuto riconoscersi in alcuni tratti della riforma, così come a quel mondo di centrosinistra che fatica a trovare un minimo linguaggio comune con Matteo Renzi. Se il No ha prevalso con ampio margine al Nord come al Sud non è certo perché le differenze economiche e sociali hanno contato di meno; piuttosto ha contato la disillusione rispetto alle aspettative generate dalla nascita del governo.
Forse alcuni di noi si sono illusi che il giudizio sulle riforme approvate potesse basarsi sull’enorme impegno finanziario e sullo sforzo legislativo messi in campo da governo e Parlamento, e non sulle difficoltá di attuazione e messa a regime delle riforme approvate. E dunque che la realtà, in attesa dei miglioramenti reali, non favorisse la protesta di chi si trova a dubitare delle proprie certezze e non trova piú nel corpo sociale strumenti razionali per ragionarne collettivamente. Forse è a questo che servirebbero i vituperati partiti, in particolare dentro il corpo di un Paese incline alla conservazione persino nelle sue fasce piú deboli. Perché il futuro fa comunque paura, e nessuno si é dimostrato in grado di definire un orizzonte per chi oggi è piú in difficoltà.
In questo quadro ha contato qualcosa il voto di appartenenza del PD: il Sì ha vinto in Toscana, ma nemmeno in tutte le province, e di stretta misura in Emilia Romagna. Su questo occorrerá aprire finalmente un dibattito serio, troppo a lungo rinviato.
L’Italia vive un disagio profondo, culturale ed economico, ed anche il nostro partito, pur mosso dalle migliori aspirazioni e pur dotandosi strumenti innovativi come le primarie, non è riuscito ad intaccare quella sfiducia verso le istituzioni. Lo sdegno verso le ingiustizie che attraversano la societá e intaccano il vissuto quotidiano é carburante a basso costo per alimentare il qualunquismo e premiare la protesta demagogica, che mai ha risolto e mai risolverá un singolo problema.
Peró a tutta una folta schiera di elettori che pochi anni fa avremmo incontrato nelle nostre iniziative, oggi è bastata la fritturina promessa del governatore campano più di cento discorsi televisivi; l’arroganza con la quale qualche dirigente politico cerca di affermare il proprio ruolo effimero, piú di tanti appelli al futuro-dei-nostri-figli. E hanno votato contro di noi, in particolare dove non siamo riusciti a colmare, almeno fisicamente, la distanza tra politica e cittadini.
Sono certo che i quasi 13 milioni di voti ottenuti dal Sì siano oggi la sola maggioranza politica sufficientemente coesa per governare il Paese. Ma è una maggioranza relativa, che segnala ancora una volta l’impossibilità del Pd di fondarsi sull’autosufficienza. In questa consultazione referendaria abbiamo dimenticato che raggiungere la maggioranza assoluta su un progetto di riforme richiede una scelta politica più vasta. Richiede un programma che abbia come punto di partenza la condivisione dei corpi intermedi; non solo delle altre forze politiche. La leadership che tutti riconosciamo a Matteo Renzi è fondamentale per portare avanti l’unità di una coalizione riformista, come finora è stato, ma persino il premier è rimasto colpito dalla quantitá di odio profusa verso la sua persona, vuoi per cinico calcolo politico, vuoi per un sentimento di ribellione difficile da incanalare.
E ora? Il rischio peggiore che può correre il Paese è una marcia indietro su quanto abbiamo fatto in questi mille giorni di governo e di attività parlamentare. Le tante riforme che hanno cambiato il volto del Paese e l’immagine dell’Italia in Europa devono essere difese; esse sono un lavoro collettivo che ha tentato, spesso con successo, di dare risposte a problemi che l’Italia attendeva da anni: la legge sul terzo settore, sul dopo di noi, sulla cooperazione internazionale, sulla sicurezza stradale, sulle dimissioni in bianco, sull’autismo, sulle unioni civili, contro lo spreco alimentare, contro il caporalato, contro i reati ambientali. A queste è giusto aggiungere la riforma del mercato del lavoro, le politiche su scuola, università, innovazione. Sono state scelte difficili e che forse non hanno dato consenso immediato, ma di cui credo potremo vedere i frutti negli anni avvenire. E ora, appunto, dobbiamo difendere con determinazione quanto fatto, soprattutto perché lo abbiamo fatto per il bene del Paese, a fronte delle migliaia di rendite di posizione, piccole e grandi, che chiedono sempre agli italiani di cambiare, in genere cominciando dalla categoria immediatamente a fianco alla propria…
Oggi occorre guadagnarsi la rappresentanza di chi crede che il Paese vada cambiato, e che magari voglia essere coinvolto dal cambiamento per non fare da spettatore attonito di eventi che lo lasciano ai margini. Questo è ció che va fatto, con chi vorrá farlo, senza perdere un minuto nelle polemiche tra pezzi di istituzioni, senza inseguire chi prova a ricostruire piccole clientele in una societá che non puó piú permetterselo, cercando di ricreare una sintonia con le generazioni a cui non abbiamo saputo dare modelli virtuosi e anzi, lasciato alla mercè del populismo piú becero

1 Commento

  1. Fabrizio /

    Voglio prima sentire cosa si dira’ alla direzione nazionale..ma elezioni subito.. anke nel partito c’e’ da chiarirsi,diro’ poi come la penso.

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