Dare una nuova e migliore forma al sistema della ricerca in Italia

Mag 18, 16 Dare una nuova e migliore forma al sistema della ricerca in Italia

Dichiarazione di voto del 18 maggio, sugli interventi per il rilancio del comparto della ricerca italiana.

Grazie Signora Presidente,

Votiamo oggi delle mozioni, che come è noto contengono degli impegni per il Governo.
Tra gli impegni, che accomunano tutte le mozioni ci sono quelli relativi ad un progressivo aumento delle risorse per il sistema della ricerca, facilmente identificabile in Italia nel complesso delle università e degli enti pubblici di ricerca.
E mentre noi lo vincoliamo ad impegni precisi, dobbiamo riconoscere che il governo, l’impegno ad invertire l’inerzia anche nel mondo dell’università e degli enti pubblici di ricerca, ce lo sta mettendo.
Sono stati selezionati scienziati di valore ai vertici degli enti pubblici di ricerca, e si discute finalmente di come rilanciare la ricerca, pur in presenza di vincoli di bilancio molto stretti.
Sottolineo inoltre come il Ffo per le università veda quest’anno una stabilizzazione;
da qui occorre riprendere una fase ascendente anche in virtù di qualche modifica nei criteri relativi alla ripartizione delle risorse.
Mi preme ricordare inoltre lo sforzo fatto in legge di stabilità in favore del reclutamento, sia quello ordinario che quello che definirei “sperimentale” mediante lo stanziamento del fondo per le cattedre Giulio Natta, così come in favore delle iniziative per il diritto allo studio.
Queste ultime sfondano il tetto dei 200 mln di euro, cosa che solo una volta era accaduta negli ultimi dieci anni.
Abbiamo arrestato la tendenza che ha visto il modo della ricerca progressivamente e, cosa forse più grave, continuativamente, impoverito negli ultimi anni.
Veniamo da un recente passato in cui abbiamo assistito ai tentativi di ridimensionare il più grande ente nazionale di ricerca, il CNR;
tentativo maldestro e non riuscito perché, oltre alle velleità politiche, occorre poi fare i conti anche con il valore intrinseco delle persone e delle cose;
Veniamo da una legislazione contraddittoria, ad esempio sulle norme contrattuali per i ricercatori precari.
Veniamo da un passato in cui si è discusso se proibire l’utilizzo dei fondi per effettuare le più elementari missioni di ricerca.
Adesso ci stiamo tutti adoperando perché il nostro sistema della ricerca, che ovviamente ha al proprio interno anche qualche residua resistenza alla modernizzazione e alla valutazione, sia messo in condizione di competere alla pari con i sistemi della ricerca europei.
E lo fa attraverso il capitale umano, ovvero i ricercatori. Capitale, perché sulla formazione di ciascuno di essi lo stato investe migliaia di euro. Umano perché è dall’ingegno, dall’applicazione e dal lavoro oscuro e spesso molto mal pagato, che si ottengono le più grandi conquiste scientifiche.
Sul capitale umano noi scontiamo uno spreco di intelligenze considerevole, quello causato dalla scarsa rifrattività complessiva del nostro sistema della ricerca, dove le uscite sono pari al 16 %, mentre le entrate dall’estero sono ferme al 3%.
Molti dei nostri ricercatori se ne vanno senza che ciò sia compensato da ingressi di ricercatori dall’estero. E’ sufficiente osservare i dati sulle borse Marie Curie per la mobilità europea nel periodo 2007-2014, che indicano come l’Italia abbia un saldo negativo tra i ricercatori in entrata (147) e quelli in uscita (615) molto alto.
La necessità di questo cambiamento richiede una riforma profonda anche nell’allocazione delle risorse.
Le mutate esigenze economiche e sociali che abbiamo di fronte richiedono politiche fondate su efficienza e responsabilità, e danno origine in molti paesi europei e negli Stati Uniti a nuovi modelli di finanziamento pubblico della ricerca, oltre che alla creazione di nuovi tipi di strutture di ricerca pubblica, e ad agenzie indipendenti, per gestire i finanziamenti dei progetti su logiche competitive.
Molti paesi hanno cambiato metodi di spesa passando da finanziamenti in blocco, che garantiscono una base stabile per le attività di ricerca, verso forme di finanziamento “a progetto”, oppure ad “obiettivo”. Diversi paesi hanno introdotto approcci basati sulla “performance” nella distribuzione delle risorse istituzionale.
L’Unione Europea fin dal VII programma quadro segue una modalità che prevede finanziamenti alla ricerca stabiliti per alcune aree predefinite, su cui è possibile richiedere fondi.
Su questi finanziamenti sono richiesti finanziamenti esterni e la collaborazione internazionale.
Il criterio comune individuabile nelle diverse esperienze europee sono la base competitiva per l’erogazione dei finanziamenti. Organismi generalmente indipendenti dai Ministeri, capaci di gestire i budget per finanziare la ricerca.
In Italia questa esperienze potrebbe esistere in varie forme, pensandone di nuove o recuperando modelli del passato.
Si tratta di una scelta seguita in altre realtà, ad esempio la Francia, dove 2005 è stata creata un agenzia, che distribuisce fondi per la ricerca e l’istruzione su base competitiva, tramite processi di peer-review svolti da esperti internazionali, e che ha avuto i finanziamenti fino a 900 milioni di euro l’anno.
La Gran Bretagna ha creato invece sette Research Council che finanziano i ricercatori con 3 miliardi di sterline all’anno, i cui effetti in termini dei benefici per la la società e l’economia del paese sono misurati in Impact Report periodici.
Risulta di sicuro interesse un’ipotesi tesa a sviluppare sinergie tra società pubbliche e/o partecipate, con gli atenei al fine di attivare nuove forme di finanziamento alla ricerca.
Università ed enti di ricerca saranno il luogo della produzione della ricerca di base, e a fianco a questo, anche della formazione all’innovazione; il pubblico (stato, regioni ed enti locali) saranno garanti, anche finanziari, dei progetti di ricerca, del trasferimento della conoscenza, della sua applicazione.
Il nodo nel rapporto tra università, settore privato e pubbliche amministrazioni emerge chiaramente da un’analisi dei dati europei. Il nostro Paese deve attivare il contributo delle imprese e del settore privato in questo settore.
​La ricerca esprime il proprio potenziale nell’innovazione interagendo nella ricerca applicata e nella fase di sviluppo attraverso un migliorato rapporto con le imprese, senza che questo significhi la perdita dell’autonomia della ricerca di base.
​La sfida della “Terza missione” riguarda anche il sistema delle imprese che per la sua elevata frammentazione non riesce a cogliere interamente le opportunità offerte dalla ricerca, né ad offrire significative capacità di investimento: nessuna grande impresa italiana risulta infatti tra le prime 10 per investimenti in ricerca a livello europeo.
Un limite che appare evidente osservando il livello di investimento in ricerca e sviluppo per abitante che, considerando settore pubblico e privato in Italia, è di 351 euro, ovvero più basso di quello dell’Unione Europea (542 euro pro capite) e soprattutto lontanissimo dai livelli di investimento delle regioni europee ad alta intensità di R&S.
Io credo che questo governo voglia provare a dare una nuova e migliore forma al sistema della ricerca e sa di doverlo fare in fretta, perché troppo tempo è stato gettato via da chi ci raccontava che con la cultura non si mangia;
E il compito di chi ha a cuore la ricerca ed il futuro di questo Paese è quello di avere la curiosità di conoscere ciò che avviene dentro i laboratori, ciò che affascina i bambini e gli adulti quando visitano le strutture di ricerca, e che quando politica e ricerca si incontrano, affascina anche chi amministra il bene pubblico.

Vede Signora Presidente,
Se è vero che riusciamo a vedere solo ciò che già conosciamo, ecco che i laboratori, le università, gli enti pubblici di ricerca vogliono farsi conoscere con grande trasparenza,

perché sono certi della qualità di ci che producono,
perché sentono la responsabilità di far progredire questo Paese,
e perché all’impegno del governo, davvero non ha mai mancato di corrispondere quello del mondo della ricerca.

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