69° ANNIVERSARIO DELL’ ECCIDIO DI MONTEMAGGIO Montemaggio – 24 Marzo 2013

Mar 28, 13 69° ANNIVERSARIO DELL’ ECCIDIO DI MONTEMAGGIO Montemaggio –  24 Marzo 2013

Voglio portarvi il saluto del Parlamento Italiano e mio, e ringraziarvi per l’invito a celebrare con voi il 69° anniversario dell’eccidio di Montemaggio.
Ricordare i martiri di Casa Giubileo non è una cosa facile. Farlo, alla presenza della memoria vivente di chi a quell’eccidio è scampato, rende le parole delicatissime, da pesare con cura:
Vittorio Meoni ha dedicato a questo episodio tragico della storia recente del nostro territorio pagine chiare e lucide, nel suo “Memoria su Montemaggio”. Pagine lontane dalla retorica, eppure così piene di eroismo.
Nella semplice narrazione dei fatti, racchiusi dentro una cornice rassicurante e familiare, fatta di luoghi e nomi che ci sono noti, questi assumono contorni del tutto straordinari, tragici ed eroici.
Dalla lettura di questa cronaca netta e documentata richiamo brevissimamente i punti salienti. Siamo alla fine di Marzo del 44; il teatro dell’azione è il Montemaggio, e casa Giubileo in particolare, dove si era appoggiato un distaccamento partigiano che aveva compiuto le ultime azioni al confine fra la provincia di Siena e quella di Grosseto. Da questa base i partigiani intendevano organizzare ulteriori azioni di sabotaggio della viabilità stradale e ferroviaria. Le famiglie contadine che abitavano a Casa Giubileo, così come quelle di altri poderi della zona, come ad esempio Certino e Campo ai Meli, fornivano appoggio alle formazioni partigiane, e questo è un punto importante da sottolineare nella storia della Resistenza, e di quella del nostro territorio in particolare, ben evidenziata da Meoni.
Le azioni militari erano infatti sorrette da una rete di appoggi costituita da gente comune, di ogni estrazione e classe sociale, che in modo eroicamente “normale” aveva scelto da che parte stare. Le loro azioni erano conseguenza di questa scelta.
Proprio a Certino, Vittorio trovò rifugio, ferito e ormai allo stremo delle forze, dopo essere scampato all’eccidio consumatosi alla Porcareccia.
All’alba del 28 Marzo, al termine di un rastrellamento condotto dalla milizia fascista per intercettare i distaccamenti partigiani dislocati sulla montagna, un gruppo di questi venne localizzato ed accerchiato all’interno di Casa Giubileo. I primi due morti fra i partigiani si ebbero già nell’intenso scontro a fuoco, violentissimo e giocato su numeri impari: 10 a uno per gli assedianti.. I partigiani, asserragliati nelle stalle e nell’essiccatoio del podere ed in tre capanni dislocati a poche centinaia di metri nel bosco, ingaggiarono una resistenza estrema, fino a quando, ormai a corto di munizioni e su promessa di aver salva la vita, dovettero arrendersi all’evidente superiorità numerica e di mezzi dei fascisti.
Una volta fatti prigionieri, e dopo aver subito percosse e violenze, che non risparmiarono neanche la famiglia contadina che aveva ospitato i partigiani, i sopravvissuti furono in parte caricati su un camion, ed in parte costretti a marciare verso Badia a Isola, con una deviazione sulla via che li condusse fino al podere di Campo ai Meli.
Verso le due del pomeriggio i prigionieri giunsero alla Porcareccia, uno spiazzo che serviva per il carico della legna. Questa sosta sarebbe divenuta il capolinea del loro breve viaggio; qui si era infatti deciso di fucilare tutti i prigionieri. I morti furono 17; all’eccidio sopravvisse solo Vittorio Meoni, che ha raccontato questo momento così:
“Saranno state ormai le quattordici circa, giungemmo alla Porcareccia. Era qui che i fascisti avevano predisposto la fucilazione…La disposizione era questa: noi presso il muricciolo, otto o nove metri davanti a noi i fascisti, al lato il milite di guardia al viottolo verso il bosco… A questo punto ci fu dato un ordine: “Levatevi le scarpe!”. La sensazione, o il timore, di essere fucilati li avevamo avuti anche a Casa Giubileo e a Campo ai Meli; ma questa volta non avemmo più dubbi. Era chiaro che i fascisti davanti a noi, con una mitragliatrice piazzata ed uno pronto ad azionarla, con i mitra puntati, avevano formato un vero e proprio plotone d’esecuzione. Non c’era più scampo..…In quello stesso momento io decisi di tentare la fuga….Senza esitazione misi una mano sulla spalla di Gagge, che mi sedeva accanto, sia per avvertirlo in qualche modo della mia decisione, sia per avere un punto d’appoggio che mi consentisse di alzarmi e darmi la spinta per la fuga. Non so se Gagge tentò di seguirmi; come non so se altri fecero il mio stesso tentativo. Forse, non ne ebbero neppure il tempo. Nell’attimo stesso che io mi alzai e infilai il viottolo che immetteva nel bosco, la mitragliatrice e i mitra del plotone d’esecuzione cominciarono a sparare…”.
Ricordiamo i nomi delle vittime: Angiolo Bartalini, Piero Bartalini, Emilio Berrettini, Enzo Busini, Giovanni Cappelletti, Virgilio Ciuffi, Franco Corsinovi, Dino Furiesi, Giovanni Galli, Aladino Giannini, Ezio Grassini, Elio Lapini, Livio Levanti, Livio Livini, Folco Martinucci, Ennio Nencini, Orvino Orlandini, Luigi Vannetti, Onelio Volpini.
Chiediamoci quale senso abbia oggi ricordare e commemorare quei giovani caduti: quale senso abbia oggi la memoria di quei fatti; quale senso abbia in un tempo così diverso, così distratto, così lontano da quello slancio che guardava avanti, oltre il buio, determinato a lottare, a costruire un ponte verso il futuro, verso la luce.
Io, molto umilmente, proverò, a dire che cosa significa per me questa occasione di celebrazione; sono certo che ciascuno di noi abbia fatto, in tempi e modi diversi, il proprio incontro con la Resistenza; ed è partendo dalle emozioni di bambino che io provo a raccontarvi che cosa è per me la Resistenza e quale è il messaggio che oggi io leggo nel coraggio e nella scelta civile che allora fu compiuta.
Erano i primi anni ’70 ed ero appunto un bambino, abbastanza piccolo. Abitavo nella periferia di Siena, a Vico Alto; Vico Alto allora era campagna, e una delle nostre passeggiate preferite era quella che dalla nostra casa ci portava alla villa di Vicobello. Proprio lì, sul muro della villa, io ho fatto il mio primo incontro con la Resistenza; c’erano sul muro tre foto in bianco e nero, e qualche fiore; oggi nello stesso punto c’è un cippo alla memoria. Alle mie domande su chi fossero quei ragazzi ritratti nelle foto sbiadite dal sole le risposte degli anziani erano semplici e chiare: “sono partigiani , li hanno fucilati al tempo della Liberazione”. Partigiani e riconquista della libertà: da questi concetti origina per me la Resistenza
Col tempo e con le letture mi è stato insegnato che furono in tanti, giovani e meno giovani, donne e uomini, quelli a cui era toccato vivere un tempo difficile, un tempo duro, che impose loro scelte chiare e nette, e che quelle scelte fecero, pagandone spesso un costo altissimo.
Nel corso degli anni ho partecipato a questa ricorrenza e al doveroso omaggio ai diciannove partigiani caduti alla Porcareccia. Da ragazzo ho pensato a loro come coetanei, forse non capendo fino in fondo quanto fossero giovani. E’ vero che in quegli anni, in quei giorni, si cresceva presto…Se chiudiamo un attimo gli occhi possiamo immaginarli con le armi in pugno, con la paura e la determinazione di ragazzi. ….Piccoli soldati senza amare la guerra…si potrebbe descriverli prendendo i versi di una bellissima canzone.
Immaginiamoli oggi, per capire davvero quanto fossero giovani e quanto il dominio fascista abbia tolto alla gioventù di allora. Quanto l’assenza di democrazia privi la possibilità di affermarsi delle coscienze e conduca inevitabilmente a scontri e conflitti sociali, e infine a vere e proprie guerre.
Fu una scelta di responsabilità civile, diremmo oggi; un impegno assunto in prima persona, non delegato, che li portò a mettere in gioco tutto, anche la vita, per affermare i valori e le aspirazioni soffocate dall’assurda e cieca violenza della guerra e della dittatura.
La Resistenza fu storia collettiva fatta di episodi locali. Episodi della storia di donne e uomini che scelsero la libertà e che per questa combatterono in tutti i modi. Alla base di queste storie c’è la passione intesa come scelta, come partecipazione ad un sistema di valori che segnano la vita di un singolo insieme a quella di tante altre persone.
Esiste un paradosso nella società contemporanea dei paesi dell’Occidente sviluppato. E’ un paradosso che in Italia riusciamo a cogliere in misura forse maggiore che nelle altre nazioni in cui la storia della seconda guerra mondiale è una storia non meno tragica ma forse più lineare.
Ovvero che i partigiani hanno compiuto gesta eroiche per affermare principi e valori che oggi sono considerati “normali”, in una società democratica.
Oggi i tempi sono diversi, e migliori; la libertà, che fu riconquistata anche col sangue di queste persone, è un presupposto che consideriamo scontato. Ma non lo è, e lo dovremmo sapere bene, perchè intorno a noi sono tanti i luoghi del mondo dove questa è negata, e numerosissimi i moti di rivolta e i martiri per la libertà in paesi che le facili comunicazioni hanno reso materialmente vicini, e che pure restano lontanissimi per molti di noi, distratti osservatori di tragedie: penso alla Siria, alle guerre che insanguinano l’Africa, al desiderio di libertà che ha animato i moti di piazza del Maghreb.
E poi rifletto sul nostro Paese: e penso che, per me, c’è una lezione sopra tutte che la Resistenza ha lasciato, ed è che il futuro, perché sia tale, bisogna guadagnarselo con l’impegno in prima persona.
Oggi ci appare scontato vivere in un sistema plurale, ma è bene ricordarsi quotidianamente che la democrazia non è una condizione politica naturale, non vive autonomamente una volta acquisita. Anzi, essa ha bisogno di essere coltivata, alimentata e difesa con i comportamenti che ognuno di noi può mettere in atto.
La democrazia non ha nulla a che fare con le derive populiste, che furono anzi la base sulla quale il fascismo fondò il proprio consenso. L’impegno in prima persona vuol dire sentire su di sé, ciascuno nella propria misura, la responsabilità di interessarsi del bene comune. Mi interessa, “I care”, scriveva don Milani solo pochi anni dopo la guerra. Mi interessa, e dunque partecipo, mi spendo, faccio della mia vita un progetto . Mi interrogo, sono un osservatore critico della realtà, e per questo so distinguere, scegliere e agire, perché ho un obiettivo, che per i giovani di allora fu un sogno di altissimo profilo: la libertà appunto.
Oggi il nostro orizzonte, e quello di tanti giovani e meno giovani, sembra essersi tremendamente accorciato; e lo slancio, fiaccato da un senso di incertezza che nasce dalle difficoltà di una fase di grande tensione sociale, sembra smarrito.
Io credo però che la forte spinta al rinnovamento che preme da tantissimi ambiti della nostra società possa fornire energie nuove a questo slancio, a patto che ciascuno di noi capisca che deve essere una parte attiva e critica del rinnovamento, e che questo rinnovamento, questo futuro che vogliamo progettare per il nostro Paese, sia un futuro solidale, libero, democratico, proprio come quello che uscì dalla lotta di Resistenza.
Pietro Calamandrei, in un discorso pronunciato nel 1955 in occasione dell’inaugurazione di un ciclo di conferenze sulla Costituzione italiana, commentandone alcuni degli articoli fondamentali disse.
“L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro “- … fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica perché una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto una uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale, non è una democrazia in cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della società, di portare il loro miglior contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la società. …. la costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. … Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla costituzione è l’indifferenza alla politica, l’indifferentismo politico che è spesso – una malattia dei giovani. ”
“…”La politica è una brutta cosa”, “che me ne importa della politica”: quando sento fare questo discorso”, diceva Calamandrei, “mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina,, che qualcheduno di voi conoscerà, di quei due emigranti, due contadini, che traversavano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime e il piroscafo oscillava: E allora questo contadino impaurito domanda a un marinaio: “Ma siamo in pericolo?”, e questo dice: “Se continua questo mare, il bastimento fra mezz’ora affonda”. Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno e dice: “Beppe, Beppe, se continua questo mare, il bastimento fra mezz’ora affonda!”. Quello dice: ” Che me ne importa, non è mica mio!”. … La politica non è una piacevole cosa. Però la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che io auguro a voi, giovani, di non sentire mai…”.
La libertà, che è premessa per il futuro, è dunque affidata a ciascuno di noi; ed è da ciascun cittadino che si deve ripartire per ricostruire il filo di un’alleanza fra società civile ed istituzioni che fu riannodato in quegli anni di Resistenza, e che oggi sembra pericolosamente sfilacciato e consunto.
Quelle istituzioni che videro, sin dalla loro costruzione, il contributo fattivo di tanti partigiani; in quest’occasione ne vorrei ricordare due in particolare, entrambi toscani, recentemente scomparsi, impegnati prima nella Resistenza e poi nelle istituzioni civili che furono figlie di quella lotta di liberazione dalla dittatura:
Teresa Mattei, combattente nella formazione garibaldina partigiana del Fronte della Gioventu’, la piu’ giovane eletta all’Assemblea Costituente, ed Emo Bonifazi, partigiano combattente prima nella formazione Mencattelli e poi nella Brigata Garibaldi “Spartaco Lavagnini”; dopo la liberazione attivissimo dirigente politico, deputato e assessore regionale.
Vorrei qui ricordare brevemente queste figure partigiane con due aneddoti di vita quotidiana che li accomunano e ci consentono di riflettere su come e quanto semplicemente i valori della Resistenza possano essere trasmessi nell’Italia moderna.
Per molto tempo Teresa Mattei si occupo’ dei diritti dei più piccoli. Fu sua la proposta che anche l’età venisse inserita tra le cose da non discriminare nell’art. 3 della Costituzione.
A Usigliano di Lari, il paesino in Provincia di Pisa dove era andata ad abitare, ella si fece promotrice di un progetto che consisteva nel radunare i bambini nelle case del paese, magari in occasione delle feste di compleanno. In quei ritrovi un adulto si metteva a raccontare le fiabe, facendo sì che la televisione fosse spenta durante tutto il pomeriggio. Ella promosse l’iniziativa di tenere in ogni casa la TV spenta una sera a settimana, per fare in modo che adulti e bambini si parlassero, a cena e dopocena.
Emo Bonifazi, una volta finita la guerra di liberazione, tornò a fare il proprio mestiere, anch’egli a contatto con i bambini; era infatti maestro elementare in una frazione di Vescovado di Murlo, ad Olivello. Era ospitato in una famiglia di boscaioli. La vita era grama e la sera, ricordava Bonifazi, per cena spesso c’era soltanto un uovo a testa. Ma la politica lo portava di casa in casa, per organizzare le rivendicazioni dei contadini e dei mezzadri. E come spesso accadeva, le riunioni prevedevano anche un “cenino”, e le discussioni politiche accompagnavano la condivisione di una fetta di buristo per placare i morsi della fame, a testimonianza che politica e solidarietà non possono che marciare di pari passo.
E’ soltanto così, con il concorso attivo di tutti, e ricercando questo concorso, promuovendolo attraverso ogni mezzo, che anche noi potremo ricostruire solidi rapporti civili e sociali, grazie ai quali riusciremo a superare, tutti insieme, come una comunità civile, le grandi difficoltà di questo momento storico.
Italo Calvino nelle Città Invisibili, immagina un dialogo fra Marco Polo e Kublai Kan, nel quale Marco descrive a Kublai un ponte, pietra per pietra.
– Ma qual è la pietra che sostiene il ponte? – chiede Kublai Kan.
– Il ponte non è sostenuto da questa o quella pietra, – risponde Marco, – ma dalla linea dell’arco che esse formano.
Kublai Kan rimane silenzioso, riflettendo.
Poi soggiunge: – Perché mi parli delle pietre? È solo dell’arco che mi importa.
Marco Polo risponde: – Senza pietre non c’è arco.
Senza impegno non c’è prospettiva, senza competenze non c’è vero rinnovamento: senza il senso di comunità, la modestia nell’agire, il rifiuto del personalismo e un profondo senso civico, non c’è futuro per le istituzioni di questo Paese e di questo territorio. Questo mi ha insegnato la Resistenza, e confidando in questi valori io oggi rendo omaggio ai 19 martiri di Casa Giubileo.

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